I coniugi Arpini – DeLuca hanno scelto di fare un lascito per sostenere la Ricerca di Humanitas

Come avete conosciuto il gruppo Humanitas?

Abbiamo conosciuto Humanitas per caso, circa 23 anni fa. Abitavamo ad Assago, una mia vicina di casa mi disse che aveva portato la mamma in Humanitas. Io non sapevo nemmeno che esistesse e lei me l’ha fatto scoprire. Poi, 14 anni fa, mia mamma ha avuto un infarto e la Croce Rossa l’ha portata immediatamente in Humanitas.

Mia mamma è stata salvata al Pronto Soccorso e seguita molto bene dall’Unità Cardiovascolare d’urgenza e ci si è aperto un orizzonte nuovo: abbiamo visto come la tempestività e la conoscenza medica possano salvare una persona.

Io e mio marito crediamo molto nella continuità della vita in senso anche laico, cioè più si fa ricerca e più è possibile salvare vite umane.

Noi non abbiamo eredi e non vogliamo che i nostri averi diventino oggetto di eventuali discussioni, quindi abbiamo deciso che, in ottica di continuità, sarebbe stato giusto lasciare ciò che abbiamo a un ente che, in diverse situazioni, ci ha dimostrato di lavorare seriamente.

E così abbiamo scelto Humanitas.

Avete fatto questa scelta dopo un evento traumatico ma anche perché avete continuato a seguire le attività del Gruppo, gli studi dei 300 ricercatori di Fondazione Humanitas per la Ricerca, e le attività del Professor Mantovani?

E’ così. Io seguo molto i social, seguo le news anche scientifiche, seguo sempre il Professor Mantovani, parla con una pacatezza che è inusuale, fa capire molto bene anche argomenti difficili, sembra uno spirito molto umile nella sua grandezza.

E’ quello che cerchiamo noi, l’umiltà nella grandezza.

Io credo che fare ricerca sia il lavoro più pesante, lavorare per dare la vita agli altri, una vera e propria missione.

Credo anche che si debba sempre progredire, guardare avanti nel senso attivo delle cose. Se non si riesce con i fondi pubblici, va benissimo anche il sostegno dei privati, l’importante è andare avanti.

Noi seguiamo molto tutto ciò che riguarda l’evoluzione scientifica, dall’intelligenza artificiale alle ultime scoperte mediche: ciò che Humanitas fa per noi è una linea guida, quindi la seguiamo e l’abbiamo scelta guardando al futuro.

Un bellissimo messaggio: tutti noi abbiamo una responsabilità nei riguardi della nostra salute, abbiamo il dovere di sapere. Il Gruppo Humanitas e Fondazione Humanitas per la Ricerca producono quotidianamente contenuti scientifici per informare e far capire. Bisogna sapere perché i temi medici riguardano tutti, la ricerca riguarda tutti, come abbiamo visto bene con la pandemia. Anche in questo siete di grande esempio.

Abbiamo predisposto un lascito per contribuire anche noi ad aiutare la ricerca scientifica. L’idea di “aiuto circolare” nasce dal ricordo dei genitori di mio marito Pierre. Tantissimi anni fa hanno lasciato la Francia e sono venuti in Italia, a Milano, dove sua mamma aveva tutti i suoi fratelli. Per motivi familiari non belli sono venuti solo con una valigia e sua madre è sempre stata aiutata, anche se era una battagliera e si è sempre data da fare.

Hanno ricevuto aiuti da un parroco di Milano, dalla Caritas, poi nel frattempo si sono risollevati, hanno preso case sempre più grandi e comode, sono andati tutti a lavorare.

Le famiglie di entrambi sono di estrazioni molto umili: crediamo però che, partendo dal poco, si possa arrivare al molto, donare per noi quindi è quasi un dovere.

Dobbiamo restituire ciò che abbiamo ricevuto, così aiutiamo gli altri.

E, nell’idea di continuità, aiutiamo la ricerca di Fondazione Humanitas per la Ricerca, che può farlo più in grande, può aiutare tante persone a tornare in salute.

Ho pensato anche di avvicinare la ricerca scientifica di eccellenza al mondo della danza da cui provengo, per aiutare la salute dei danzatori che, nella loro carriera, chiedono moltissimo al loro fisico subendo molti danni. Di questo ringrazio Nureyev, che aveva un carattere particolarissimo, alcuni dicono bizzarro e altero, ma era un esempio di altruismo non comune (a una delle sue Fondazioni farò un lascito della mia libreria ricca di volumi sulla storia della danza), e ciò che ho imparato da un incidente che mi è accaduto 2 anni fa.

Sono caduta (non danzando!) e mi sono rotta l’omero. Quando è successo ho chiesto di essere curata in Humanitas e alla fine ce l’ho fatta. Lì ho trovato, ancora una volta, un medico meraviglioso, un giovane e brillante ortopedico specializzato nella cura dell’omero, che mi ha aiutato a tornare meglio di prima, consentendomi di rifare un particolare movimento delle braccia di quando danzavo.

In Humanitas c’è grande esperienza nella cura, ma anche massima attenzione alla prevenzione. Penso alle ultime iniziative di Fondazione Humanitas per la Ricerca sul tumore alla prostata insieme a Nicola Porro, ma anche al progetto per le malattie al femminile, a tutto ciò che è all’avanguardia con l’intelligenza artificiale…

Si tratta di grandi cose e le grandi cose devono essere supportate a piene mani.

Io credo fermamente in questo.

Nel Gruppo Humanitas c’è tutto, dall’università, alla ricerca specializzata, alla cura in corsia. Forse questa idea di continuità, di armonia, è proprio lo stile Humanitas.

E’ così: c’è un modo speciale di accogliere le persone, c’è un’attenzione speciale per tutti, a partire dagli anziani, e l’ho sperimentato di persona attraverso la storia di mia mamma, anche due anni fa, a 91 anni, quando aveva una brutta febbre e l’ho portata al pronto soccorso, dove l’hanno seguita e curata. Questo fa l’eccellenza, questo fa la differenza.

Se dobbiamo riporre la nostra fiducia in qualcuno, la riponiamo in chi la merita.

Mi aspetto che in Humanitas si continui a fare ricerca, per noi questa è la soddisfazione più grande.

La ricerca ci è vicina, fa andare avanti la vita. In Fondazione Humanitas per la Ricerca scoprite tutto quello che c’è dentro di noi, ma c’è ancora molto da fare per la salute di tutti, per questo la ricerca deve andare avanti.