Il legame tra patologie nodulari della tiroide e Pentraxina lunga PTX3
La tiroide è spesso sede di patologie nodulari, malattie autoimmuni e tumori. Negli ultimi 30 anni i casi di tumore alla tiroide sono aumentati notevolmente in tutta Europa, Italia compresa. L’incidenza è alta non solo fra gli adulti, ma anche fra gli adolescenti e soprattutto nella popolazione femminile. Attraverso il progetto “Pentraxina lunga PTX3 e patologia nodulare della tiroide: quale correlazione?” ricercatrici e ricercatori Humanitas hanno l’obiettivo di scoprire se PTX3, una molecola del sistema immunitario, è coinvolta o meno nello sviluppo di noduli e tumori tiroidei. Responsabile dello studio è il Dott. Damiano Chiari, Chirurgo Generale dell’U.O. di Chirurgia Generale, di Humanitas Mater Domini a Castellanza, diretta dal Dott. Walter Zuliani,
Una prima parte del progetto si è già conclusa e i risultati sono interessanti: le persone affette da noduli e tumori della tiroide presentano alti livelli di PTX3 circolanti nel sangue. Vediamo perché è importante indagare in questa direzione.
L’incidenza delle malattie della tiroide
Secondo i più recenti dati epidemiologici, ogni anno in Italia circa 12.200 persone (di cui 8.700 sono di sesso femminile) si ammalano di carcinoma tiroideo. Le più colpite in assoluto sono le giovani donne sotto i 40 anni: il tumore della tiroide in questa fascia d’età è il più frequente dopo il tumore del seno.
Il numero di casi diagnosticati è cresciuto, soprattutto, perché sono migliorate le strumentazioni diagnostiche ed è aumentato il numero di esami diagnostici che vengono effettuati. Capita, infatti, che durante esami per la valutazione di altre patologie, come l’ecocolordoppler per verificare lo stato di salute dei vasi sanguigni sovra-aortici, si riscontri la presenza di noduli alla tiroide. I noduli alla tiroide sono molto frequenti ma solo una piccola parte di questi sono di natura maligna. In generale, comunque, il tumore differenziato della tiroide ha un alto tasso di guarigione, che supera il 90% a 5 anni dalla diagnosi. L’incidenza molto alta e in crescita, però, rende necessario comprendere meglio l’origine e lo sviluppo di queste malattie tiroidee.
Perché studiare PTX3 nelle malattie tiroidee
«Questo studio nasce dall’integrazione tra Ricerca clinica e preclinica, dall’incontro tra laboratorio e corsia. Per rispondere alle domande della scienza è fondamentale creare ponti tra i quesiti che sorgono dalla relazione diretta con i malati e le competenze specifiche di chi usa quotidianamente gli strumenti della Ricerca – spiega il Dott. Damiano Chiari –. La tiroide, pur essendo una ghiandola molto piccola, è importantissima per la nostra salute: regola la temperatura corporea, il metabolismo, l’appetito, l’umore. Nei panni di medico sono consapevole del fatto che si parla sempre di più di tiroide: a causa del grande aumento di casi di malattie che colpiscono questo organo. Mettendomi, invece, nei panni del ricercatore, ho pensato che Pentraxina lunga PTX3 potesse avere un ruolo in queste patologie. Parliamo di una molecola del sistema immunitario che si sta rivelando importante in tutta una serie di processi infiammatori e di malattie, dal cervello alle ossa. Capire se interviene anche nella tiroide potrebbe essere importante per comprendere la genesi di questi problemi».
I livelli di PTX3 nel sangue
Il primo step del progetto ha analizzato il sangue di una coorte di pazienti operati per noduli di grandi dimensioni o per tumori della tiroide, per verificare se il livello di PTX3 fosse più alto rispetto alle persone sane. Il dato è stato confermato: il team del Dott. Chiari ha riscontrato che i livelli di PTX3, in caso di cancro alla tiroide, sono statisticamente più alti. Questo risultato è stato possibile anche grazie al lavoro della Dott.ssa Barbara Bottazzi, Responsabile del Laboratorio di immunità innata cellulare e umorale (Dipartimento di Immunologia e Infiammazione IRCCS Humanitas).
Dopo l’intervento di rimozione totale o parziale della tiroide per carcinoma, i pazienti vengono sempre sottoposti al prelievo per controllare il livello di TSH (l’ormone che influenza direttamente l’attività della tiroide e che favorisce l’assorbimento dello iodio). Le persone coinvolte nel progetto di Ricerca sono state controllate anche per quanto riguarda il livello di PTX3, che nella maggior parte dei casi è risultato inferiore rispetto al dato pre-intervento.
Nella seconda fase del progetto, ancora in corso, ricercatrici e ricercatori stanno lavorando per capire se PTX3 agisce sulla tiroide o se viene direttamente prodotto dalla tiroide. Per farlo e analizzare i campioni chirurgici hanno coinvolto la dott.ssa Miriam Cieri dell’U.O. di Anatomia Patologica di ICH e il gruppo del dott. Fabio Grizzi, Responsabile Unità di Istologia, Dipartimento Immunologia e Infiammazione IRCCS Humanitas.
Quali sviluppi futuri
«I tumori aggressivi della tiroide sono molto rari. I noduli benigni e i piccoli tumori differenziati, invece, sono sempre più diffusi. Ci stiamo avvicinando a una situazione in cui moltissime persone, soprattutto le donne, si sottopongono al controllo dei livelli di TSH ed eseguono un’ecografia tiroidea – racconta il Dott. Chiari –. In presenza di noduli con determinate caratteristiche ecografiche, anche se non grandi, bisogna fare attenzione e può diventare necessario l’agoaspirato. Se non è indicato l’agoaspirato, comunque questi pazienti vengono controllati periodicamente. Eppure, non è detto che sviluppino un tumore. In questo quadro, identificare marcatori prognostici che consentano ai medici di capire quando l’agoaspirato e i controlli periodici sono necessari e quando invece non servono sarebbe molto importante. Un altro sviluppo molto interessante potrebbe riguardare l’ipertiroidismo autoimmune e le sue cause».
Segui gli sviluppi del progetto su queste pagine.
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