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Ritratti: 5 domande alla professoressa Maria Rescigno

Capo del laboratorio di Immunologia delle mucose e Microbiota di Humanitas e Pro- Rettore alla ricerca di Humanitas University

Professoressa se lei ha sempre voluto occuparsi di scienza e fare ricerca?

In realtà ho avuto “una folgorazione” all’età di 12 anni: mia mamma mi aveva portato a casa di un’amica, biologa, che mi ha fatto vedere le cellule del sangue al microscopio e mi è piaciuto molto. Non ero comunque convintissima di orientarmi verso la ricerca: volevo scegliere una facoltà scientifica ma ero ancora indecisa tra 3 opzioni, chimica, matematica e biologia, e alla fine ha vinto quest’ultima perché il programma di studi mi sembrava più affine a quello che immaginavo potesse essere il mio percorso futuro.

Durante l’università ho avuto “un momento di crisi”, mi affascinava la grafica pubblicitaria, invece ho terminato l’Università, sono andata in Inghilterra per 3 anni e, una volta tornata, anziché optare per la consulenza in campo biotecnologico, ho deciso che la ricerca era la mia strada e lo è ancora oggi. Ho sempre avuto altri interessi, certo, ma sono molto contenta di aver scelto una professione scientifica perché mi piace tantissimo.

Cosa direbbe a un giovane che vuole intraprendere la sua stessa strada? Cosa c’è di bello in questa professione, cosa la porta tutti i giorni in laboratorio con lo stesso entusiasmo e la voglia di andare avanti nonostante difficoltà e insuccessi che caratterizzano il percorso della ricerca?

Direi che sono guidata dal desiderio della scoperta: io mi occupo prevalentemente di immunologia, quindi mi piace cercare di capire i meccanismi che regolano la risposta immunitaria

Mi faccio delle domande e cerco di dare una soluzione a quelle domande: il corpo umano è uno strumento straordinariamente complesso, una macchina in cui ogni ingranaggio ha un proprio significato. Lavoro per capire il significato di un determinato meccanismo, com’è fatto, qual è il suo scopo: affrontando i temi del sistema immunitario ho la possibilità di studiare tutto il nostro organismo nel suo insieme.

É un modo di vedere la vostra professione che “sovverte” l’idea classica del ricercatore, che nell’immaginario collettivo è colui che deve trovare risposte. Anziché cercare risposte la prima cosa che deve fare un ricercatore è porsi delle domande.

Esattamente. Senza porci una domanda non possiamo cercare una risposta.

Ad esempio, io ho cominciato a studiare l’intestino domandandomi come potessimo convivere con milioni di microrganismi che abitano questa porzione dell’apparato digerente. Mi sono chiesta perché fossero così numerosi e perché il sistema immunitario non li considerasse corpi estranei.

Il sistema immunitario ha il compito di combattere le infezioni e tutto ciò che non ci appartiene: invece i microrganismi della flora intestinale a un certo punto diventano parte di noi, dobbiamo addirittura preoccuparcene, conservarli con cura perché presiedono a funzioni importanti ma, al contempo, dobbiamo anche provvedere a difenderci dagli stessi. Questo dualismo del sistema immunitario mi ha sempre molto affascinato.

Lei è esperta di Immunologia delle mucose, com’è nato questo percorso di specializzazione?

Perché le mucose sono le parti del corpo umano dove avvengono le principali risposte immunitarie.

Per tanti anni ci si è dedicati all’Immunologia sistemica dei linfonodi e i ricercatori si chiedevano come avvenisse la risposta immunitaria nei linfonodi. Io ho cominciato a domandarmi dove si individuassero più facilmente i microorganismi e questo accade nelle superfici esposte all’ambiente esterno, le mucose orali e quelle intestinali. Dove vediamo agenti patogeni c’è il microbiota: quindi dobbiamo capire come distinguere un batterio “buono” da uno “cattivo”.

A proposito di microbiota, come dicevamo, convive da sempre nel nostro corpo ma alcune conoscenze sono diventate patrimonio di tutti solo recentemente, come mai?

Io ho iniziato a studiare il microbiota negli anni Novanta, ormai da tanto tempo: con l’intervento delle tecniche di biologia molecolare e il sequenziamento del DNA è stato possibile catalogare tutti i microrganismi presenti nell’intestino. Prima si utilizzavano le tecniche di coltura, incontrando alcuni problemi, perché quei batteri sono anaerobi stretti (non tollerano l’ossigeno NDR) per cui sono difficili da coltivare. Grazie alle nuove tecniche abbiamo visto che i batteri erano molti di più di quelli che ci aspettavamo, che il sistema è davvero complesso, e lo studio del microbiota ha trovato anche maggiore notorietà al di fuori della comunità scientifica.

Quali sono gli indirizzi più attuali  della ricerca sul microbiota?

La ricerca si sta orientando in tre direzioni: diagnosi, prevenzione e terapia di diverse patologie. Siamo partiti dalle malattie metaboliche per arrivare al cancro e alle malattie neurodegenerative.

A scopi diagnostici, i ricercatori stanno cercando di capire se il microbiota si presenta in modo diverso nel caso di alcune malattie, se le modifiche individuate possono spiegare lo sviluppo della malattia stessa, se ne sono causa o sono una conseguenza, utilizzando tecniche di diagnosi poco invasive, come l’analisi delle feci o della saliva.

Una volta capiti meglio i meccanismi attraverso i quali il microbiota interagisce con l’ospite, si cerca di capire se sia possibile prendere a bersaglio i microrganismi potenzialmente pericolosi, o che possono facilitare lo sviluppo di una malattia, e se si possono utilizzare microrganismi o loro prodotti metabolici invece a scopo terapeutico.

Capisco che, per chi non si occupa di scienza, questa appaia come una grande scoperta, perché può avere un impatto fortissimo sulla nostra salute.

Un’ultima domanda: perché è così importante sostenere la ricerca?

Per due motivi: il primo è che la ricerca aiuta a capire le basi delle malattie, può quindi contribuire alla loro cura, cioè aiutare tutti noi. Purtroppo nel corso della vita può capitare di avere esperienza della malattia, diretta o indiretta: conoscere le basi molecolari di una patologia consente di individuare cure più mirate.

Il secondo motivo è più generale, riguarda il nostro essere comunità. La ricerca è innovazione: i Paesi che investono in ricerca sono più innovativi, e l’innovazione crea valore e lavoro.

Dovremmo sostenerla per entrambi i motivi, l’interesse individuale, perché anche noi o un nostro caro potremmo essere esposti a una malattia, e l’interesse collettivo, perché la ricerca è alla base dell’innovazione.

La ricerca è un segno di progresso, di civiltà di un Paese, per questo appartiene a tutti e va sostenuta come bene di tutti.